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Treviso,2008 Luciana Callegher, la poliziotta veneta di 42 anni che sabato si è sparata un colpo alla testa davanti allo stadio di Treviso, voleva morire, e a 24 ore dal dramma si chiariscono i contorni di una lunga, forte depressione che da oltre un anno non le dava tregua, anche se riusciva a nasconderne i sintomi ai colleghi e ai superiori.
Due le ragioni della sua angoscia: una lite che si trascinava da anni, per una banale questione di confini, con la vicina di casa a Belluno, paese di cui era originaria, e da quando invece era arrivata a Treviso, sette anni fa, i rancori con la vicina di pianerottolo, per il cane di lei. E proprio su questo punto, un secondo dramma ha rischiato di consumarsi: sabato sera, appresa la notizia del tentativo di suicidio della poliziotta con cui tante volte si era scontrata, anche la vicina di casa ha tentato di togliersi la vita. Ha acceso il gas e tappato tutte le finestre: l’hanno salvata i parenti e le sue condizioni non sono gravi, non dà spiegazioni del gesto ma appare chiaro che tra i due fatti un collegamento è inevitabile. La donna sembra non si dia pace per quanto è accaduto, e che in qualche modo si senta responsabile.
I rapporti erano impossibili nell’ultimo periodo, aggravati dallo stato di prostrazione in cui era caduta l’agente, ormai vittima di una sindrome che le faceva vedere ombre ovunque in verità vi dico per le stesse ragioni è avvenuta la strage nel caso di Erba
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